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FotostudioF Stories. Kodak Professional RP, i ricordi di Rosa

16 feb FotostudioF Stories. Kodak Professional RP, i ricordi di Rosa

Dietro la macchina c’è sempre l’uomo: alzi la mano chi non ha mai ascoltato questa massima o non l’abbia sperimentata nella vita di tutti i giorni.

Si può infatti avere per le mani l’ultimo ritrovato tecnologico, quello che permette (o a dire meglio, promette) risultati strabilianti ma in mancanza di capacità quell’oggetto sarà destinato ad essere solo un costoso investimento destinato a non essere mai ammortizzato. L’esperienza in questi casi viene prima di tutto, e porta con sé anche tanti ricordi legati al rapporto uomo-macchina, fatto di una quotidianità magari ripetitiva ma che con la passione può portare anche a tante soddisfazioni sia personali che lavorative.

La storia di un’azienda si lega indissolubilmente a quella dei suoi lavoratori ma anche a quella dei mezzi di produzione, attraverso una simbiosi uomo-macchina che può fare la fortuna sui mercati.

Ma andiamo nello specifico, parlando di una macchina che ha segnato uno spartiacque nella recente storia tecnologico-aziendale di FotostudioF e torniamo indietro di 15 anni, al mondo fotografico dei primi anni Duemila. Il 21 febbraio 2002 al Photo Marketing Association Nikon presenta la D100, prima macchina fotografica reflex semi-professionale digitale della casa giallo-nera e capostipite della famiglia D (Digital) che è arrivata fino ad oggi con la D5 e la D500.

Anno 2003: è l’anno della guerra in Iraq, dell’attentato a Nassiriya (che costa la vita a 17 militari italiani) della vittoria della Champions League da parte del Milan (vittorioso ai rigori nella finale contro la Juventus) e della riapertura del Teatro La Fenice (distrutto da un incendio nel 1996). A Martina Franca, così come in tutto il mondo, quello è un periodo da ricordare anche dal punto di vista tecnologico: i primi anni del XXI secolo sono segnati prima dalla comparsa e poi dall’ascesa del digitale in tutti i campi, fotografico in primis. Logico quindi che le aziende di stampa si trovino al bivio dovendo passare da rullini, reagenti, ingranditori e quant’altro ad un workflow completamente diverso.

Nel 2003 anche FotostudioF si adatta alle nuove logiche di mercato, investendo in una Kodak Professional RP Led: un mostro da 500kg che occupa mezza stanza e che richiede ai dipendenti nuove competenze e un approccio differente. Come dicevamo prima, la storia di un’azienda si lega a quella dei dipendenti ed è per questo che affidiamo alle parole di Rosa, storica dipendente dell’azienda di Martina Franca, alcuni ricordi su quella macchina e su quella che era l’azienda circa 15 anni fa: “2003: la nostra prima macchina di stampa digitale. Tante furono le cose che cambiarono nel nostro laboratorio, visto che per rimanere competitivi nei vari mercati avevamo fatto della velocità una nostra prerogativa”.

Velocità che aveva anche un impatto sulla vita dei dipendenti, così come affiora dai ricordi di Rosa: “Quello fu un periodo molto felice e gratificante, con la macchina che stampava a raffica e in circa 45 minuti finiva una bobina di carta. Una velocità necessaria per la mole di lavoro che avevamo in quel momento, e che spesso ci costringeva a venire in azienda anche la notte per ricaricare il rullo. Lei poi riprendeva a stampare in totale automatismo così il mattino dopo alla riapertura avevamo un bel po’ di lavoro da evadere”.

I primi anni del digitale erano carichi di aspettative ma anche di tanti problemi: “In quel periodo c’era tanto lavoro ma non conoscevamo ancora ciò che ci aspettava. Infatti dopo tante soddisfazioni e tante peripezie abbiamo detto addio a quella Kodak, passando a quella che sarebbe diventata la nostra attuale macchina di stampa digitale, la migliore al mondo sia per velocità che per qualità di immagine e anche perchè non ci faceva dannare ogni volta che c’era un problema”.

Insomma, una macchina che ha riservato soddisfazioni ma anche tanti problemi tecnici. E si sa, i problemi tecnici portano via il tempo, il tempo è denaro e un’azienda efficiente non ha tempo da perdere: “Purtroppo le cose belle durano poco e con l’usura e la vecchiaia anche lei ha iniziato a darci problemi… Gli errori e i grattacapi che ci dava erano così complicati che per ogni problema che aveva ne dovevi risolvere tre”.

In certi casi però il rapporto uomo-macchina diventa ugualmente stretto e intenso, nonostante i problemi. Rosa è d’accordo con noi e ci lascia con una punta di amarcord: “E’ tutto vero… Quella Kodak era proprio una tedesca: solida, come coloro che l’hanno costruita. Ci ha dato tante rogne, però alla fine si risolveva tutto e si andava avanti”.

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